C’è un momento preciso in cui la Fontana dei Quattro Fiumi smette di essere una cartolina e diventa una macchina da guardare: quando ti accorgi che la roccia sotto l’obelisco è bucata da parte a parte, e che quel blocco di granito da oltre sedici metri si regge su un vuoto.
L’effetto è calcolato. Ai contemporanei di Bernini quella scogliera traforata sembrava sul punto di cedere, e attraversare la piazza voleva dire girare intorno alla fontana per capire come venisse sostenuto il peso.
Passo per piazza Navona da anni, e la fontana continua a farmi lo stesso scherzo. La guardi da lontano ed è un monumento; ti avvicini di tre metri ed è un racconto in quattro personaggi, con un leone, un cavallo, un drago e un armadillo. Su nessuno dei quattro la gente si ferma abbastanza.
Questa è la storia di come è nata, di chi sono le quattro statue e di una leggenda bellissima che però le date smontano in un secondo.
Cominciamo da come Bernini si è preso questo lavoro, perché non doveva averlo.
Il concorso che Bernini non doveva vincere
Nel 1644 muore Urbano VIII Barberini, il papa che aveva fatto di Bernini l’artista di Roma. Sale al soglio Innocenzo X Pamphilj, e per lo scultore comincia la stagione peggiore della carriera: la famiglia nuova preferisce altri, e sul cantiere di San Pietro gli viene addossato il fallimento dei campanili della facciata.
Quando Innocenzo X decide di sistemare piazza Navona, dove affaccia il palazzo di famiglia, bandisce un concorso di idee e Bernini non è fra gli invitati.
Il racconto di come ci sia entrato lo stesso arriva dai suoi biografi seicenteschi. Il principe Niccolò Ludovisi, nipote del papa e ammiratore dello scultore, gli suggerisce di costruire il modello e di farlo arrivare al pontefice per vie traverse. Bernini realizza un modello in argento e lo fa collocare nella sala da pranzo di palazzo Pamphilj. Il papa entra, lo vede, e secondo Baldinucci resta a studiarlo per più di mezz’ora.
La frase attribuita al pontefice in quell’occasione è diventata proverbiale: per non far eseguire un’opera di Bernini, bisogna non guardarla.
L’incarico arriva nel 1648 e i lavori si chiudono nel 1651.
Una curiosità: la fontana costò talmente tanto che il papa finanziò l’impresa aumentando il prezzo del pane, e il malumore dei romani si scaricò in pasquinate contro donna Olimpia Maidalchini, la cognata potentissima che tutti ritenevano la vera regista della corte. Piazza Navona ha ricevuto il suo capolavoro e Roma ha pagato il conto in farina.

I quattro fiumi, uno per continente
L’idea è dichiaratamente politica: quattro grandi fiumi per i quattro continenti allora conosciuti, e sopra di loro l’obelisco con la colomba Pamphilj. Il messaggio è che la Chiesa di Roma arriva ovunque.
Bernini disegna e dirige, ma le quattro statue le scolpiscono quattro collaboratori diversi. Vale la pena sapere chi è chi, perché ognuno porta con sé un animale e un attributo che lo identifica.
Il Danubio, per l’Europa, è di Antonio Raggi. Tocca lo stemma papale e ha accanto un cavallo che esce dalla roccia.
Il Gange, per l’Asia, è di Claude Poussin. Regge un lungo remo, perché è un fiume navigabile per gran parte del suo corso, e ha vicino un drago.
Il Nilo, per l’Africa, è di Giacomo Antonio Fancelli. Ha la testa coperta da un drappo, un leone che si abbevera e una palma piegata dal vento.
Il Rio della Plata, per l’America, è di Francesco Baratta. Siede su un mucchio di monete, alza il braccio destro e ha accanto un armadillo, l’animale che in Europa nessuno aveva mai visto e che infatti gli scalpellini scolpirono un po’ a fantasia.

Le monete sotto il Rio della Plata non sono decorazione: alludono alle ricchezze del Nuovo Mondo, e il nome stesso del fiume in spagnolo significa argento.
La leggenda del Nilo velato, e perché non regge
È il racconto che sentirai da qualsiasi guida in piazza. Il Nilo si copre gli occhi per non vedere la facciata di Sant’Agnese in Agone, costruita dal rivale Francesco Borromini; il Rio della Plata alza il braccio per ripararsi dal crollo imminente della chiesa. Bernini avrebbe scolpito la sua stroncatura in marmo, sotto gli occhi di tutti.
È una storia perfetta. È anche impossibile.
La fontana viene terminata nel 1651. Borromini prende in mano il cantiere di Sant’Agnese in Agone nel 1653, quando le quattro statue erano già al loro posto da due anni. Bernini non poteva coprire gli occhi al Nilo davanti a una facciata che non esisteva.
La spiegazione vera è meno teatrale e più interessante. Nel Seicento le sorgenti del Nilo erano ignote: nessun europeo sapeva da dove venisse quel fiume, e il velo sulla testa è il modo secentesco di dire esattamente questo. Il braccio alzato del Rio della Plata, allo stesso modo, è un gesto di stupore del continente scoperto da poco.
Attenzione: dire che la leggenda è falsa non vuol dire che la rivalità fra i due non sia esistita. È stata reale, documentata e velenosa per quarant’anni, e te la racconto per intero nell’articolo sulle curiosità su Bernini e Borromini. Semplicemente non è scolpita qui.
C’è anche un dettaglio che quasi nessuno sa: nel 1647, prima che il progetto della fontana fosse assegnato, era stato proprio Borromini a ricevere l’incarico di portare l’acqua in piazza Navona, deviando 180 once dall’Acqua Vergine. L’acqua che riempie il capolavoro del rivale l’ha fatta arrivare lui.

L’obelisco che veniva dal circo di Massenzio
Il monolite di granito rosso che chiude la composizione è alto 16,54 metri, e supera i trenta contando il basamento e la colomba. Ha una storia lunga quanto quella della fontana.
Non è un obelisco egizio antico, anche se i geroglifici che porta incisi lo fanno sembrare tale: è una copia romana di età domizianea, realizzata a Roma con i canoni egizi per volere di Domiziano. Nel Seicento giaceva in pezzi lungo la via Appia Antica, nel circo di Massenzio, e da lì venne recuperato, ricomposto e trasportato in piazza.
I geroglifici, letti oggi, celebrano gli imperatori romani, non i faraoni.
In cima non c’è la punta dorata che ti aspetteresti da un obelisco, ma una colomba di bronzo con il ramoscello d’ulivo, che è l’emblema araldico dei Pamphilj. La stessa colomba torna nei due stemmi marmorei sulla scogliera.
Il modo migliore per capire la statica dell’insieme è mettersi sul lato lungo della piazza e guardare il basamento in controluce: la roccia è traforata su tutti e quattro i lati, e l’intero peso dell’obelisco si scarica sui setti di pietra rimasti fra le aperture. Nel Seicento questa scelta fu letta come una bravata, e in parte lo era.

Come guardarla senza perdere i dettagli
Piazza Navona è affollata quasi sempre, e il rischio è di fare il giro della fontana in due minuti guardando solo l’obelisco.
Un percorso che funziona è questo. Comincia dal lato di Sant’Agnese in Agone, dove trovi il Nilo e il Rio della Plata, cioè le due statue al centro della leggenda. Poi gira in senso orario e passa dietro, sul lato verso la Corsia Agonale: da lì vedi il traforo della roccia e capisci il gioco strutturale. Chiudi sul lato del Danubio, dove il cavallo esce dalla pietra ed è la parte più bella dell’intera scogliera.
Il restauro del 2024 ha ripulito i marmi, consolidato la struttura e rifatto l’indice sinistro del Danubio, che mancava dagli anni Ottanta. Se hai una fotografia della fontana precedente a quella data, quel dito nella tua immagine non c’è.
Quando andare. La luce migliore è la prima mattina, prima delle 9.00, quando la piazza è quasi vuota e il sole radente entra sotto gli archi della scogliera. Alla sera la fontana è illuminata e resta molto bella, ma davanti hai sempre parecchia gente.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 28 agosto 2026 sulla pagina della Sovrintendenza Capitolina. Le regole di accesso alle fontane monumentali dipendono dal regolamento comunale e possono cambiare: verifica prima di partire.
Biglietti. La fontana si trova in una piazza pubblica e non si paga nulla per vederla. Non esistono visite guidate al monumento in sé, ma piazza Navona è inclusa in molti tour del centro storico.
Orari. La piazza è sempre accessibile, giorno e notte, e non ha cancelli.
Le regole da conoscere. Il regolamento di polizia urbana di Roma vieta di sedersi, sdraiarsi o arrampicarsi sulle fontane monumentali e di immergersi. Le sanzioni sono nell’ordine delle centinaia di euro e vengono aggiornate con ordinanza comunale, quindi conviene leggere il cartello affisso in piazza invece di fidarsi di una cifra letta online.
Come arrivare. Piazza Navona non ha una fermata della metropolitana. Dalla stazione Termini si prende l’autobus 64 o l’87 e si scende a Corso Vittorio Emanuele, poi cinque minuti a piedi. Dal Pantheon sono sette minuti a piedi, dal Campo de’ Fiori sei.
Quanto tempo. Per fare il giro completo della fontana con calma bastano venti minuti. Se aggiungi Sant’Agnese in Agone e le altre due fontane della piazza, conta un’ora.
Sotto la piazza c’è ancora lo stadio di Domiziano, l’edificio del I secolo che ha dato a piazza Navona la sua forma allungata, ed è visitabile. Se ti interessa capire perché questa piazza ha la pianta di un impianto sportivo antico, puoi prenotare il tour dei sotterranei, che tocca anche la fontana di Trevi.
Cosa vedere intorno
La Fontana dei Quattro Fiumi non è l’unica opera di Bernini in questa zona, e nemmeno l’unica fontana della piazza: le ho messe tutte in fila nella guida alle fontane di Bernini a Roma, che funziona come itinerario a piedi.
A piazza Barberini trovi la Fontana del Tritone, che è la sua opera più sottovalutata, e all’angolo di via Veneto la piccolissima Fontana delle Api. A piazza di Spagna c’è la Barcaccia, che è del padre Pietro.
Per inquadrare l’artista nel suo insieme c’è il ritratto in dieci opere di Gian Lorenzo Bernini, e se stai organizzando la visita alla città l’itinerario di tre giorni a Roma passa da piazza Navona la prima mattina.
Crediti fotografici. Statua del Gange e obelisco agonale: Wolfgang Moroder, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Le altre fotografie sono dell’autrice.