Chi entra alla Galleria Borghese sa già cosa è venuto a vedere: Apollo e Dafne, il Ratto di Proserpina, il David, Enea e Anchise. Quattro sculture, tutte al piano terra, tutte nella prima mezz’ora di visita.
Il catalogo del museo però ne elenca tredici, di Bernini: dieci sculture e tre dipinti. Le altre nove le attraversano tutti senza fermarsi, e cinque di esse stanno in una sola stanza, la sala 14, che è al piano di sopra e viene di solito percorsa in fretta perché ormai il tempo del turno sta finendo.
Qui te ne racconto sei: la capra Amaltea, il busto di Paolo V, il bozzetto di Luigi XIV e i tre dipinti. Le altre tre, cioè la Verità e i due busti di Scipione, hanno una pagina ciascuna e le trovi linkate in fondo.
Hanno in comune una cosa che le quattro famose non hanno: quasi tutte sono opere su cui si è discusso, e su alcune si discute ancora.

La capra Amaltea, l’opera che forse non è sua
È un gruppo piccolo, 45 centimetri di marmo, inventario CXVIII, databile prima del 1615. Una capra sdraiata guarda Giove neonato, che la munge; alle sue spalle un faunetto, identificato con Pan, beve il latte da una ciotola. Il soggetto è raro anche nell’arte antica, e la composizione ha richiami all’arte ellenistica che gli studiosi hanno riconosciuto da subito.
Se fosse davvero di Bernini, sarebbe una delle prime cose che ha fatto, quando aveva sedici o diciassette anni.
Il problema è quel «se». Nei registri Borghese non esiste un documento di pagamento, il che ha portato a ipotizzare che non fosse una commissione ma un dono, fatto da un ragazzo per mostrare cosa sapeva fare. Dal 1650 in poi l’opera viene citata negli inventari senza indicazione dell’autore. Il nome di Bernini compare per la prima volta nel 1675 con Joachim von Sandrart, ma il collegamento fra quella citazione e questa scultura lo stabilisce Roberto Longhi solo nel 1926.
Il museo lo scrive senza addolcirlo: parte della critica resta non convinta sulla paternità. È un’attribuzione, non un fatto, e vale la pena guardare il gruppo sapendolo.
Il busto di Paolo V e la datazione che cambia tutto
Nella stessa sala c’è un piccolo busto in marmo di Carrara alto 35 centimetri, inventario CCXLVIII: papa Paolo V Borghese, lo zio del cardinale Scipione.
Per molto tempo è stato considerato un’opera giovanile eseguita fra il 1617 e il 1618, cioè con il papa ancora vivo. Poi una rilettura di alcuni documenti di pagamento ha proposto di spostarla al 1622-1623, subito dopo la morte del pontefice. Il museo dichiara che la questione resta aperta.
Non è una sottigliezza da specialisti. Nel primo caso è un ritratto fatto dal vero, con il modello davanti; nel secondo è un ritratto commemorativo, fatto a memoria e su altri ritratti, di un uomo che non c’era più. Sono due oggetti diversi, e non sappiamo quale dei due stiamo guardando.
Il busto grande, quello che se n’è andato
C’è un secondo ritratto di Paolo V, e non è qui.
Nel 1621, a ventitré anni, Bernini scolpì per Scipione Borghese un busto del papa a grandezza naturale, postumo. Era il suo primo ritratto papale ufficiale, cioè l’ingresso in un genere che avrebbe poi dominato per sessant’anni.

Quel busto restò nella collezione Borghese fino al 1893, quando fu venduto all’asta. Poi sparì. Per oltre un secolo gli storici dell’arte lo conobbero solo attraverso una fotografia nel catalogo d’asta del 1893 e attraverso una versione in bronzo fusa da Sebastiano Sebastiani.
Riemerse nel 2015: il proprietario lo mise in vendita tramite Sotheby’s, e il J. Paul Getty Museum di Los Angeles lo acquistò con una trattativa privata, esponendolo dal 18 giugno di quell’anno.
Quindi, quando guardi il busto piccolo nella sala 14, guardi quello che è rimasto. L’altro sta a otto ore di volo, ed è tornato visibile solo undici anni fa.
Il cavallo di terracotta e il re che lo rifiutò
Sempre nella sala 14, sotto vetro, c’è un cavallo impennato di terracotta alto 76 centimetri, inventario CCLXIX, del 1669-1670. In sella c’è un giovane con i capelli lunghi e la corazza: è Luigi XIV.

È il modello preparatorio per una grande statua equestre che il re di Francia aveva commissionato a Bernini. La storia di come andò a finire è una delle più istruttive della sua carriera.
La scultura definitiva fu terminata solo nel 1677 o 1678, e nel 1680, alla morte di Bernini, non era ancora stata spedita a Parigi. Quando finalmente arrivò e il re la vide, non gli piacque. Ne chiese la distruzione.
Alla fine accettò un compromesso: che venisse trasformata. Lo scultore francese François Girardon la rilavorò facendone l’eroe romano Marco Curzio, che si getta a cavallo in una voragine. Così modificata, la statua si trova ancora oggi nell’Orangerie di Versailles.
Il bozzetto della sala 14 è quindi l’unico posto dove si vede cosa Bernini aveva davvero in mente, prima che un re scontento e uno scultore francese la trasformassero in un’altra cosa.
Bernini pittore
Il catalogo del museo elenca tre dipinti di Bernini. Nessuno lo sa, e non è colpa del pubblico: di Bernini pittore non parla quasi nessuno, benché ne conoscesse il mestiere e ne facesse uso.

L’Autoritratto in età giovanile, olio su tela di 38 per 30 centimetri, inventario 554, è del 1623 circa, quando aveva venticinque anni. È il volto con cui Bernini è riprodotto praticamente ovunque, ed è probabile che tu lo abbia già visto senza sapere dov’è.
Ha una storia di attribuzione tutta sua. La galleria lo acquistò nel 1919 dalla collezione di Alvise De Ruggeri come opera di Andrea Sacchi. Il nome di Bernini era stato proposto da D’Achiardi nel 1908 e fu confermato da Corrado Ricci al momento dell’acquisto.
C’è un dettaglio che vale il viaggio al piano di sopra. L’espressione dell’autoritratto è tesa, quasi aggressiva, e la critica la spiega come il risultato di uno studio dell’espressione che Bernini condusse su se stesso, allo specchio. Negli stessi anni stava scolpendo il David, quello con il labbro morso dalla concentrazione, al piano di sotto. È la stessa faccia, studiata per due opere diverse: una dipinta e una in marmo.
Gli altri due dipinti sono l’Autoritratto in età matura, del 1635-1640 circa, e un Ritratto di fanciullo del 1623-1625 circa.
Il filo che le tiene insieme
Rileggendo l’elenco viene fuori una cosa.
La capra Amaltea è attribuita, e parte della critica non ci crede. Il busto di Paolo V ha una datazione contesa che ne cambia la natura. Il busto grande dello stesso papa è stato perduto per 122 anni. Il bozzetto documenta un’opera che il committente ha fatto trasformare in un’altra. L’autoritratto è entrato in collezione sotto il nome di un altro pittore.
Le quattro sculture famose del piano terra non hanno niente di tutto questo: sono documentate, datate, pagate, indiscusse. Le opere che nessuno guarda sono esattamente quelle su cui c’è ancora qualcosa da dire, ed è un buon motivo per salire al primo piano con dieci minuti di margine invece che con due.
Cosa vedere insieme a queste
Nella stessa sala 14 ci sono i due busti di Scipione Borghese, che sono la ragione per cui vale la pena salire anche se hai poco tempo. Al piano terra, nella sala 6, c’è la Verità svelata dal Tempo, l’altra opera di Bernini che quasi nessuno cerca.
Il percorso completo del museo è nella guida su cosa vedere alla Galleria Borghese, e la carriera di Bernini per intero sta nel ritratto di Gian Lorenzo Bernini.
Informazioni pratiche
La capra Amaltea, il busto di Paolo V e il bozzetto di Luigi XIV sono tutti nella sala 14, la Loggia di Lanfranco, al primo piano, insieme ai due busti di Scipione.
Alla Galleria Borghese non si entra senza prenotazione, per nessun tipo di biglietto, nemmeno per quelli gratuiti, e la capienza è di 180 persone per turno.
La galleria è aperta da martedì a domenica, dalle 9 alle 19. Gli ingressi sono a fascia oraria e la visita dura due ore. L’ultimo turno è alle 17.45, costa meno degli altri ed è più corto. Le uniche due chiusure annuali sono il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Il biglietto intero costa 16 euro, l’ultimo turno delle 17.45 costa 11 euro, il ridotto per i 18-25 anni costa 2 euro e sotto i 18 anni si entra gratis. A tutti i biglietti si aggiungono 2 euro di diritti di prenotazione, obbligatori. Dati verificati il 29 agosto 2026 sulla pagina biglietti ufficiale della Galleria Borghese.
Prenota con almeno una settimana di anticipo e presentati mezz’ora prima. Se preferisci avere il posto assicurato senza passare dal sito del museo, il biglietto si trova anche online con audioguida e visita guidata opzionale.
Il consiglio operativo, visto che di tempo ne hai due ore: sali subito al primo piano, dedica venti minuti alla sala 14, e scendi poi alle sculture famose. Farlo nell’ordine inverso, che è quello che fanno tutti, significa arrivare in sala 14 con dieci minuti e l’annuncio di chiusura in corso.