Nella sala 8 della Galleria Borghese, la stessa che ospita il Davide con la testa di Golia, ci sono due quadri piccoli davanti ai quali quasi nessuno si ferma. Uno è un ragazzo con la pelle grigia e una corona di edera storta. L’altro è un ragazzo che regge una cesta di frutta, e la frutta è dipinta meglio del ragazzo.

Sono due delle prime cose che Caravaggio abbia dipinto a Roma, e stanno nello stesso museo per una ragione che con l’arte non c’entra niente: un sequestro giudiziario del 1607, fatto a un altro pittore, per detenzione illegale di armi da fuoco.

Giovane con canestra di frutta di Caravaggio alla Galleria Borghese

Come Scipione Borghese se li procurò

Il proprietario dei due quadri era Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, uno dei pittori più affermati di Roma e l’uomo nella cui bottega Caravaggio, appena arrivato in città e senza un soldo, aveva lavorato come garzone. I due quadri erano rimasti lì.

Nel 1607 gli emissari di papa Paolo V si presentarono da Cesari con un’accusa: detenzione illegale di armi da fuoco. Per uscire dai guai il pittore dovette cedere la propria collezione, centosette dipinti, alla Camera Apostolica. Il papa la girò poco dopo al nipote, il cardinale Scipione Borghese.

Vale la pena fermarsi un secondo su questo. Non fu un acquisto, non fu una donazione, non fu un lascito: fu una collezione presa a un uomo in cambio della libertà e passata al nipote di chi gliel’aveva presa. Il pretesto delle armi è documentato dalla scheda del museo, e chiunque abbia scritto che i due quadri arrivarono «per motivi fiscali» ha raccontato una versione più elegante di quella vera.

Da allora i due quadri non si sono più mossi: inventario del 1693, del 1790, elenco fidecommissario del 1833, e infine l’acquisto della collezione da parte dello Stato nel 1902.

Il Bacchino malato

Il titolo con cui il museo lo cataloga è Autoritratto in veste di Bacco, e il soprannome con cui lo conoscono tutti è arrivato dopo. È un olio su tela di 67 per 53 centimetri, inventario 534, databile intorno al 1595.

Il Bacchino malato di Caravaggio

Un giovane a torso nudo, con un panno bianco annodato sulla spalla, tiene un grappolo d’uva e guarda fuori dal quadro con un mezzo sorriso che non è allegro. La corona di foglie sulla testa è già appassita. Le labbra hanno un colore che non è quello della salute, le unghie sono sporche, il colorito tira al verdastro.

È un Bacco, cioè il dio del vino e dell’abbondanza, dipinto come uno che sta male. Un pittore giovane che dipinge una divinità con la faccia di un convalescente sta già facendo il contrario di quello che ci si aspetta da lui, e lo fa nei suoi primi anni di lavoro autonomo.

La malattia, Longhi e le analisi del 2001

Qui c’è una piccola storia critica che vale la pena raccontare per intero, perché gli esami tecnici hanno permesso di chiuderne almeno una parte.

La critica ha riconosciuto nel soggetto un possibile autoritratto del pittore, e lo ha collegato a un episodio documentato: il ricovero di Caravaggio all’Ospedale della Consolazione di Roma, per circostanze che le fonti non chiariscono. Roberto Longhi lesse il colore della pelle e delle labbra come la traccia diretta di quella convalescenza.

Contro questa lettura si era schierato Maurizio Marini, secondo cui quel colorito non diceva niente della salute del pittore: era il risultato di un cattivo restauro, cioè di un danno successivo. È un’obiezione seria, perché se avesse ragione l’intera lettura autobiografica cadrebbe.

Le analisi diagnostiche del 2001 hanno scartato definitivamente l’ipotesi del restauro. Quel verde è di Caravaggio, non del restauratore. Il dibattito sull’identità del volto e sul senso dell’opera resta aperto, ma non riguarda più l’origine di quel colore.

La Canestra di frutta

L’altro quadro, catalogato come Giovane con canestra di frutta, è un olio su tela di 70 per 67 centimetri, inventario 136, anch’esso databile intorno al 1595.

Il ragazzo ha la spalla scoperta, la testa reclinata, le labbra socchiuse, e regge una cesta di vimini spinta in avanti verso di te. Non guarda la frutta: guarda te. Ma il quadro non è di lui.

Il dettaglio della canestra di frutta, con le foglie secche

Le foglie secche, che sono il vero soggetto

Avvicinati alla cesta e guarda i bordi, dove le foglie escono dal cesto.

Ci sono foglie e frutti d’autunno: mele, grappoli d’uva chiara e scura, fichi aperti, una pesca. E poi, senza nessun tentativo di nasconderle, ci sono una foglia di vite ingiallita e accartocciata sulla destra, foglie brune e secche sulla sinistra, buchi nelle lamine, una mela con un’ammaccatura.

Nel 1595 questo non si faceva. La frutta nei quadri era la frutta ideale: tonda, lucida, senza difetti, perché serviva a dire abbondanza. Caravaggio dipinge invece la frutta che ha davvero davanti, con quelle che la scheda del museo chiama le «imperfezioni tipiche della natura», e le dipinge con una precisione che rende ogni foglia riconoscibile.

Un avvertimento, se leggi altrove su questo quadro: circola un numero preciso di specie botaniche riconoscibili nella cesta, e quel numero cambia da fonte a fonte. Il museo non lo dà, e non lo do nemmeno io. Quello che si può dire guardando è che le specie sono molte e che sono identificabili una per una, che è il punto vero.

Perché stanno insieme

I due quadri non sono accostati per comodità di allestimento. Sono nati nello stesso momento, nello stesso posto, per mano dello stesso pittore giovane, e sono arrivati alla Borghese insieme, nello stesso sequestro.

Messi uno accanto all’altro dicono una cosa sola: che Caravaggio, prima di essere il pittore delle scene notturne e dei santi con i piedi sporchi, era uno che sapeva guardare. La pelle malata di un dio e la muffa su una foglia sono lo stesso gesto, cioè il rifiuto di correggere quello che si ha davanti.

Se vuoi vedere dove arriva quel gesto quindici anni dopo, nella stessa sala c’è il Davide con la testa di Golia, dove la cosa che Caravaggio si rifiuta di correggere è la propria faccia mozzata. Il resto della collezione, con le sculture di Bernini e i quadri delle altre sale, è nella guida su cosa vedere alla Galleria Borghese.

Informazioni pratiche

Entrambi i quadri sono nella sala 8, la Sala del Sileno, insieme agli altri quattro Caravaggio della galleria.

Alla Galleria Borghese non si entra senza prenotazione, per nessun tipo di biglietto, nemmeno per quelli gratuiti, e la capienza è di 180 persone per turno.

La galleria è aperta da martedì a domenica, dalle 9 alle 19. Gli ingressi sono a fascia oraria e la visita dura due ore. L’ultimo turno è alle 17.45, costa meno degli altri ed è più corto. Le uniche due chiusure annuali sono il 25 dicembre e il 1° gennaio.

Il biglietto intero costa 16 euro, l’ultimo turno delle 17.45 costa 11 euro, il ridotto per i 18-25 anni costa 2 euro e sotto i 18 anni si entra gratis. A tutti i biglietti si aggiungono 2 euro di diritti di prenotazione, obbligatori. Dati verificati il 29 agosto 2026 sulla pagina biglietti ufficiale della Galleria Borghese.

Prenota con almeno una settimana di anticipo e presentati mezz’ora prima. Se preferisci avere il posto assicurato senza passare dal sito del museo, il biglietto si trova anche online con audioguida e visita guidata opzionale.

Un consiglio su come guardarli: sono due quadri piccoli in una sala che ne ha sei, e il Davide con la testa di Golia se li mangia. Guardali prima, quando hai ancora gli occhi riposati, e avvicinati alla cesta finché non distingui le nervature delle foglie. È lì che sta tutto.