Santa Croce viene visitata per una ragione sbagliata e ne meriterebbe tre giuste.
La ragione per cui ci vanno tutti sono le tombe: Michelangelo, Galileo, Machiavelli, Rossini, e un monumento a Dante che il poeta non ha mai occupato. È il motivo per cui Ugo Foscolo la chiamò Tempio dell’itale glorie, ed è quello che finisce sulle guide.
Le ragioni migliori sono altre tre, e stanno tutte oltre la navata. In fondo a destra ci sono due cappelle affrescate da Giotto, che sono il suo testamento pittorico. In una sala del convento c’è il Crocifisso di Cimabue, l’oggetto che l’Italia ha usato come simbolo dell’alluvione del 1966. E in fondo al primo chiostro c’è la Cappella dei Pazzi di Brunelleschi, che si può guardare seduti, da soli, mentre a duecento metri si fa la fila per la cupola dello stesso architetto.

La facciata è dell’Ottocento, e si vede
Prima di entrare vale la pena sapere che cosa stai guardando, perché è la cosa più fraintesa del complesso.
La basilica fu cominciata alla fine del Duecento, e l’attribuzione tradizionale del progetto ad Arnolfo di Cambio è accettata dalla critica pur senza un documento che la provi. Ma la facciata rivestita di marmi bianchi, verdi e rosa che vedi dalla piazza è neogotica e fu costruita fra il 1854 e il 1863 su progetto di Niccolò Matas. Per secoli, come a San Lorenzo, la facciata era rimasta di pietraforte grezza.
Non è un difetto ed è anzi utile saperlo: quella facciata racconta l’Ottocento che si costruisce un medioevo su misura, e la stessa operazione culturale spiega perché in quegli stessi decenni la basilica si stesse riempiendo di tombe monumentali. Del progettista originario ho scritto nell’articolo su Arnolfo di Cambio.
Le tombe, e la più famosa è vuota
Dentro, lungo le pareti della navata, si cammina fra i monumenti funebri. Michelangelo è sepolto qui in una tomba disegnata da Giorgio Vasari. Galileo Galilei ha un monumento sulla parete opposta. Ci sono Machiavelli, Vittorio Alfieri con un monumento di Antonio Canova, Gioachino Rossini, traslato nel 1887, e Ugo Foscolo, che fu sepolto qui nel 1871 con una cerimonia pubblica affollatissima, quarantaquattro anni dopo essere morto in esilio in Inghilterra.
Il monumento a Dante Alighieri è invece un cenotafio, cioè una tomba vuota. Firenze aveva esiliato il poeta e lo aveva condannato a morte in contumacia; quando secoli dopo chiese indietro le sue spoglie, Ravenna si rifiutò di cederle, e le ossa sono ancora là. Il monumento fiorentino resta una richiesta non accolta, il che lo rende più eloquente di quanto sarebbe stato altrimenti. Della città che le custodisce ho scritto nell’articolo su cosa vedere a Ravenna.
Un numero dà la misura del fenomeno: la basilica arrivò a ospitare quindicimila salme. Ogni richiesta passava da una commissione e veniva approvata dal granduca in persona, che stabiliva di volta in volta quanto la famiglia dovesse versare.
Le due cappelle di Giotto
In fondo al braccio destro del transetto, una accanto all’altra, ci sono la Cappella Peruzzi e la Cappella Bardi, entrambe affrescate da Giotto fra il 1320 e il 1325.
Nella Peruzzi ci sono le storie di san Giovanni Battista e di san Giovanni Evangelista. Nella Bardi le storie di san Francesco. Sono opere della vecchiaia del pittore, eseguite dopo la Cappella degli Scrovegni di Padova, e la differenza si sente: le scene sono più larghe, le architetture dipinte più solide, e i gruppi di persone hanno una compostezza che a Padova non c’era ancora.
Guarda in particolare la scena della morte di san Francesco nella Bardi. I frati che si chinano sul corpo non piangono in modo teatrale: uno gli tocca la ferita del costato, un altro si porta la mano alla faccia, un terzo guarda altrove. Giotto sta facendo la cosa per cui la storia dell’arte lo mette all’inizio di tutto, cioè dipingere persone che hanno un peso, uno spazio intorno e un sentimento riconoscibile. Ne ho scritto più diffusamente nell’articolo su Giotto di Bondone.
Attenzione: gli affreschi delle due cappelle furono scialbati nel Settecento e riscoperti e restaurati nell’Ottocento con criteri che oggi non useremmo. Alcune parti sono ridipinte, e la superficie è compromessa in più punti. Sapendolo si guarda meglio, invece di restare delusi.

Il Crocifisso di Cimabue e l’alluvione del 1966
Nel museo dell’Opera, ricavato nel refettorio del convento, c’è l’oggetto più doloroso di Firenze.
Il Crocifisso di Cimabue, dipinto intorno al 1265-1270, è una croce sagomata alta più di tre metri e mezzo. Il 4 novembre 1966 l’Arno esondò e Santa Croce, che sta nel punto più basso della città, fu una delle zone più colpite: l’acqua superò i quattro metri e nel refettorio restò per ore. Il legno assorbì l’acqua, si gonfiò, e la pellicola pittorica si staccò.
Il crocifisso è stato salvato e restaurato, ma le perdite sono irreversibili e si vedono a occhio nudo: metà del corpo di Cristo è una superficie chiara di gesso, con il colore che sopravvive a isole. Il restauro non ha ricostruito quello che mancava, e questa è stata una scelta.
È per questo che l’opera è diventata il simbolo dell’alluvione, molto più di qualsiasi fotografia della città sommersa. Guardarla oggi significa vedere insieme un capolavoro del Duecento e il danno che gli è stato fatto, senza che nessuno dei due nasconda l’altro.

L’Annunciazione Cavalcanti di Donatello
Sulla parete destra della navata, dentro un’edicola, c’è un altorilievo del 1435 circa che è una delle cose più strane che Donatello abbia fatto.
L’Annunciazione Cavalcanti è scolpita in pietra serena, cioè nella pietra grigia e povera con cui a Firenze si fanno le cornici e le colonne, e poi dorata in più punti. È una combinazione insolita: materiale da architettura trattato come materiale da scultura, e ricchezza applicata sopra una superficie volutamente umile.
Il gruppo è tutto nel gesto. L’angelo si è appena inginocchiato, la Vergine si alza e si volta indietro sorpresa, quasi allarmata, con il libro ancora in mano. Non c’è la calma delle Annunciazioni dipinte: c’è un’interruzione.

La Cappella dei Pazzi di Brunelleschi
Dal primo chiostro si vede in fondo un piccolo edificio con un portico a colonne. È la Cappella dei Pazzi, progettata da Filippo Brunelleschi e costruita a partire dagli anni Quaranta del Quattrocento.
È una sala a pianta quadrata coperta da una cupola a ombrello, con le pareti scandite dalle stesse due sole materie della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo: pietra serena grigia per le linee e intonaco bianco per le superfici. Non c’è altro. Le uniche note di colore sono i tondi invetriati di Luca della Robbia con gli apostoli.
Il motivo per venirci è che qui si capisce cosa intendesse Brunelleschi per architettura, meglio che sotto la cupola del Duomo, che è un’impresa tecnica prima che una stanza. Qui c’è solo una proporzione, ripetuta, e il fatto che funzioni.
Il chiostro attorno, con il prato e i cipressi, è anche il posto più tranquillo del centro di Firenze in una giornata d’agosto.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 28 agosto 2026 sul sito ufficiale dell’Opera di Santa Croce, santacroceopera.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire, e guarda anche la pagina degli avvisi, perché il percorso di visita viene modificato con una certa frequenza.
Dove si trova. Il complesso si affaccia su piazza Santa Croce, dieci minuti a piedi da Piazza della Signoria.
Biglietti. L’intero costa 10 euro. Il ridotto costa 6 euro e spetta ai ragazzi fra i 12 e i 17 anni, agli studenti universitari, alle scuole e ai gruppi fra le 15 e le 35 persone. L’ingresso è gratuito per i bambini fino a 11 anni, per i residenti nel Comune di Firenze, per i disabili con accompagnatore e per i possessori di Firenze Card. Sull’acquisto online si aggiunge un diritto di prenotazione di 1 euro.
Orari. Dal lunedì al sabato il complesso apre 09.30-17.30. Le domeniche e le festività di precetto apre 14.00-17.30. L’ultimo ingresso è alle 17.00 e la basilica chiude alle 17.20 per agevolare il deflusso.
Giornate gratuite. L’ingresso è libero in alcune date fisse dell’anno, fra cui il 1° gennaio, la Pasqua, il 15 agosto, il 14 settembre per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 4 ottobre per san Francesco e il 26 dicembre. In quelle giornate l’orario è 14.00-17.30 e l’ultimo ingresso è alle 16.30. Il complesso resta chiuso il 25 dicembre.
Un vantaggio poco noto. Conservando il biglietto di Santa Croce si entra a prezzo ridotto a Casa Buonarroti, al Museo Horne e al Museo Galileo, che stanno tutti e tre nel raggio di dieci minuti a piedi.
Quanto tempo. Per la basilica, le cappelle di Giotto, il museo e i due chiostri serve un’ora e mezza. L’audioguida si noleggia anche online ed esiste in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco.
Un consiglio. Entra nel pomeriggio, quando la luce arriva dalle vetrate del transetto e le due cappelle di Giotto sono leggibili senza illuminazione artificiale. E tieni presente che è una chiesa officiata: nelle ore di culto il percorso può essere ridotto.
Cosa vedere intorno
Santa Croce è il capolinea orientale del centro storico e sta a dieci minuti da Piazza della Signoria, quindi si incastra bene con la seconda giornata dell’itinerario su cosa vedere a Firenze in due giorni.
Se le tombe ti hanno incuriosito, gli altri marmi fiorentini di Michelangelo sono al Museo Nazionale del Bargello, a otto minuti a piedi, e nelle Cappelle Medicee, dove progettò e scolpì un’intera sagrestia. La sua vicenda completa è nell’articolo su Michelangelo Buonarroti.
Crediti fotografici. Facciata: Palickap, CC BY 4.0, da Wikimedia Commons. Cappella Bardi: Prof. Mortel, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons. Crocifisso di Cimabue: Rufus46, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Annunciazione Cavalcanti: Sailko, CC BY 3.0, da Wikimedia Commons. Cappella dei Pazzi: MenkinAlRire, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.